19 dicembre 2016

«Quarant’anni di rifiuti. Ora basta»

di Angelo Occhinegro, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 Febbraio 2016

Flash Mob di «Attiva Lizzano» per la chiusura della discarica Vergine. Presente anche il sindaco

Oltre 200 persone hanno posato davanti alla gigantografia che l’associazione di volontariato di Attiva Lizzano ha fatto affiggere in paese in corso Europa angolo via Sardegna. Ieri pomeriggio un
Flash-mob col raduno di cittadini e aderenti di Attiva Lizzano, che ha organizzato questa iniziativa, ma anche di amministratori (c’era anche il sindaco Dario Macripò). L’obiettivo è stato quello di lanciare un messaggio forte alle istituzioni provinciali e regionali sull’annosa questione della discarica
Vergine, sequestrata ma ancora priva di bonifica. E l’immagine della gigantografia è emblematica: «Oltre 40 anni di rifiuti. Ora basta. Chiusura e bonifica della discarica Vergine. Attiva Lizzano». Il presidente Angelo Del Vecchio dice: «Ne abbiamo fatto quattro di questi manifesti giganti 6x3: uno è stato affisso per 15 giorni all’uscita di San Giorgio, altri due a Taranto». Nell’immagine spicca il volto di una ragazza con la mascherina. «Rappresenta – spiega Del Vecchio - la popolazione che ha respirato i cattivi odori». Bisogna sperare che in paese spiri sempre vento di scirocco? «Sì, è così. Quando c’è la tramontana, specie nei mesi estivi, ci tocca chiuderci in casa». Quale altro risultato volete raggiungere, Del Vecchio? «Abbiamo già ottenuto un grande risultato in questi 5 anni con la chiusura della discarica. Il nostro lavoro è stato quello di far prendere coscienza dei cattivi odori. Che potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Speriamo che dal sottosuolo non emergano sostanze ancora più inquinanti per la nostra salute». Qual è il suo giudizio sull’Autorizzazione integrata ambientale? «Da quello che sappiamo, sarebbe scaduta nel 2013. Quando operava nel 2009, la discarica ebbe l’autorizzazione Emas, certificazione di qualità. In questi due anni supponiamo che non ce l’abbia più. Dal 2010 al 2014 hanno scaricato materiali pericolosi e fanghi non inertizzati. Ci chiediamo: come farà la Provincia a volturare un’Aia che non c’è alla Lutum?».
Le responsabilità dei politici quali sono? «Hanno combinato solo guai. Il 16 marzo la Provincia si pronuncerà se trasferire l’Aia alla Lutum o provvedere lei stessa alla bonifica. I cittadini sono stati messi al corrente da Attiva Lizzano».










Discarica «Vergine», scatta un sequestro da 6 milioni

di Francesco Casula, La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 Gennaio 2016

Procura Taranto e Dda Lecce accusano: i gestori risparmiavano sul trattamento dei fanghi, ecco perché i cattivi odori nell’aria

Ammonta a oltre 6 milioni di euro il sequestro per equivalente eseguito ieri dai Carabinieri del Noe di Lecce nei confronti degli amministratori e delle società che hanno gestito la discarica Vergine, già fermata il 10 febbraio 2014 per le emissioni dannose che per anni hanno ammorbato i cittadini di Lizzano. I Carabinieri hanno messo sotto chiave le azioni, i conti correnti, i beni mobili e immobili della società «Vergine spa» e della «Vergine srl», quest’ultima subentrata nella gestione alla prima a gennaio 2014. Nel registro degli indagati sono finiti anche i due rappresentanti legali delle società, Paolo Ciervo e Mario Petrelli (quest’ultimo vice presidente del Taranto calcio nella precedente gestione), e il responsabile tecnico dell’impianto, Pasquale Moretti. L’accusa è di traffico illecito di i rifiuti, violazione alle norme ambientali e getto pericoloso di cose. Secondo i pubblici ministeri Lanfranco Marazia, della Procura di Taranto, e Alessio Coccioli, della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, gli indagati non avrebbero «inertizzato» i fanghi prima dello stoccaggio in discarica. I gestori, cioè, avevano l’obbligo di sottoporre i rifiuti a un trattamento per evitare che la diffusione dei cattivi odori, ma come spiega nel suo decreto il gip Simona Panzera «le società di gestione non hanno eseguito alcuna operazione di pretrattamento previste dagli atti autorizzatori». Nelle 26 pagine che compongono il documento, il giudice Panzera rileva che gli indagati «si limitavano a stoccare in discarica i rifiuti senza alcun trattamento, così ottenendo un consequenziale enorme risparmio nei costi di esercizio dell’attività e quindi, verosimilmente, riuscendo ad applicare dei prezzi che consentivano un cospicuo risparmio ai produttori». I consulenti del pm hanno calcolato che evitando le spese di inertizzazione dei fanghi, le società avrebbero incassato illegittimamente tra il 2010 e il 2014 ben 6 milioni e 200mila euro. Denaro che se fosse stato speso per trattare i rifiuti non avrebbe costretto, secondo l’accusa, gli abitanti di Lizzano a vivere barricati in casa per evitare che le emissioni della discarica continuassero a causare bruciore agli occhi, gola secca e persino nausea e vomito. Furono le denunce dei cittadini e delle associazioni ambientaliste come «Attiva Lizzano» che accesero i riflettori sulla discarica «Vergine» portando al sequestro dell’impianto del 2014. In quel provvedimento emerge che in determinanti momenti della giornata le concentrazioni di idrogeno solforato sono state nettamente superiori alla soglia prevista. Un punto che ha consentito agli investigatori di sostenere che il cattivo odore che appestava il Comune di Lizzano era una conseguenza della dispersione di sostanze che si sprigionavano durante le operazioni di «abbancamento dei rifiuti ed anche allo spegnimento di alcune torce presenti nell’impianto per la combustione dei biogas». Ma dall’ultimo provvedimento notificato ieri emerge inoltre che fino al 27 maggio 2013 la «Vergine spa» non ha avuto un modello «di organizzazione, controllo e gestione» e che dopo la sua adozione e la composizione di un organismo di vigilanza, quest’ultimo non abbia comunque «di fatto mai operato». Il gip Panzera chiarisce infatti che «le riunioni mensili inizialmente programmate sono state sospese sin dal settembre 2013, dopo due sole riunioni preliminari: dato quest’ultimo che consente tranquillamente di ritenere che l’organismo non sia mai stato posto nelle condizioni di operare nella pienezza dei suoi compiti». Emblematico, infine, è che a pochi mesi dalla costituzione l’organo di vigilanza venga addirittura revocato «ad inequivoca testimonianza - sostiene ancora il giudice nel decreto di sequestro - di come i vertici aziendali abbiano di fatto “ripudiato” il modello organizzativo a poche settimane dalla sua approvazione ed estromesso (o comunque depotenziato) sin da subito le uniche figure deputate ad operare in via indipendente il controllo interno sulla gestione dell’ente volto a prevenire la commissione di reati».

Era previsto l’impianto di inertizzazione ma in realtà non è stato mai costruito
Su questo presupposto fondamentale era stata rilasciata anche l’Autorizzazione ambientale

L’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla Regione Puglia alla discarica «Vergine» parlava chiaro: i rifiuti dovevano essere trattati e inertizzati prima di essere stoccati. In più la stessa «Vergine» indicava la cosiddetta «Linea 1»


come «componente essenziale dell’impianto in parola, finalizzata a stabilizzare e solidificare tutti i fanghi in ingresso rendendoli idonei allo stoccaggio finale in discarica». Dalle indagini svolte dai pubblici ministeri Lanfranco Marazia e Alessio Coccioli, emerge però che di quell’impianto non c’è traccia. Il gip, Simona Panzera, lo spiega chiaramente nel provvedimento di sequestro affermando che tra le «carenze» dell’impianto «spicca certamente la mancata realizzazione di quello che nel progetto esecutivo» era espressamente «contemplato quale componente essenziale
dell’intero complesso aziendale» e cioè «la cosiddetta Linea 1, cioè l’impianto di trattamento preventivo dei rifiuti e stabilizzazione». Dai sopralluoghi effettuati dai carabinieri del Noe e dai consulenti del pm, Mauro Sanna e Maurizio Onofrio, «di tale impianto di preventivo trattamento non è stata rinvenuta alcuna evidenza». Insomma, l’impianto che secondo la Regione Puglia era fondamentale per concedere l’Aia «non è stato mai realizzato». Nel provvedimento di sequestro si legge infatti che «la ricomprensione in Aia della linea 1 non può in alcun modo essere posta in discussione da un punto di vista logico prima ancora che normativo. Appare indubitabile, infatti, che l’atto autorizzativo sia stato rilasciato proprio sul presupposto del preventivo trattamento “domestico” dei rifiuti fermentescibili in ingresso all’impianto in località Palombara». Ancora il giudice Panzera sostiene che, a conferma di questo punto, «non è stata imposta al gestore alcuna prescrizione in ordine ai parametri e alla provenienza dei materiali da stoccare in discarica, prescrizioni che si sarebbero rese, invece, necessarie se l’ente gestore non avesse assunto l’impegno (poi disatteso) di provvedere in loco al preventivo trattamento di stabilizzazione». Il magistrato ha anche sottolineato che «proprio sulla base di questo vincolo progettuale al pre-trattamento assunto» dalla «Vergine» in fase di richiesta dell’Aia, è stata istruita l’intera pratica autorizzativa «ed è ovvio, pertanto, che l’esercizio della discrezionalità amministrativa si è fondata su un presupposto (quello del trattamento incondizionato di tutti i fanghi in ingresso, prescindendo dalle loro caratteristiche) che non può non avere assunto una rilevanza decisiva ai fini del rilascio di quelle autorizzazioni». Insomma senza l’impegno alla costruzione dell’impianto per il trattamento dei fanghi, la società non avrebbe ottenuto l’Aia. Perché con la «stabilizzazione si elimina, o comunque si riduce al minimo, l’impatto sull’ambiente delle smaltimento dei fanghi». A Lizzano, invece, le esalazioni maleodoranti da cui è partita l’inchiesta giudiziaria dimostrano «oltre ogni dubbio come il non adeguato trattamento dei fanghi in ingresso abbia generato quell’impatto pregiudizievole sull’ambiente» che «il gestore si era impegnato ad evitare sul presupposto, poi disatteso, che tutti i fanghi sarebbero stati conferiti in discarica solo previa inertizzazione». Un punto non di poco conto che lascia spazio a una serie di domande: chi avrebbe dovuto vigilare? Chi avrebbe dovuto controllare che la «Vergine» rispettasse gli impegni presi?

Caso Vergine «Attiva Lizzano» diffida Stefàno

di Fabio Venere, La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 Gennaio 2016 


Discarica Vergine, «Attiva Lizzano» diffida il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno. Lo fa con un atto redatto dall’avvocato Francesco Nevoli e firmato da Angelo Del Vecchio, presidente dell’associazione di volontariato. Nel documento, in buona sostanza, l’esponente dell’associazione invita e, nel caso non lo facesse, eventualmente diffida il capo dell’Amministrazione comunale «all’immediato esecuzione dei lavori di smaltimento del percolato esistente all’interno della discarica per rifiuti speciali non pericolosi ubicata in località Palombara in territorio di Lizzano (ma isola amministrativa del Comune di Taranto)». Quest’iniziativa deriva dall’ordinanza con cui lo stesso Stefàno aveva imposto ai proprietari di rimuovere il percolato dalla discarica ma una recente sentenza del Tar aveva stabilito che l’Amministrazione comunale non poteva avanzare una richiesta simile. Per questo, «Attiva Lizzano» chiede al Comune di eseguire i lavori e di presentare poi il conto alla società Vergine. E lo fa considerato che, in caso questo non avvenisse, ci sarebbe un danno grave per la salute pubblica classificato come «emergenza sanitaria» nella stessa ordinanza sindacale. Nella diffida, inoltre, si cita una sentenza della Cassazione che stabilisce che «un sindaco che non dispone l’immediato intervento per l’eliminazione dei rifiuti e per il ripristino dello stato dei luoghi, risponde del reato previsto dall’articolo 328 del codice penale». Fonti vicine all’Amministrazione comunale stimano in 1 milione di euro circa l’importo degli interventi per la rimozione del percolato (inizialmente) a carico del Comune di Taranto. A questo punto, prima ancora che venga notificata a Palazzo di Città la diffida di «Attiva Lizzano», è probabile che la direzione Ambiente comunichi all’Amministrazione comunale, in seguito alla decisione del Tar, i costi da sostenere. Si tratterebbe di una cifra non irrilevante considerando, peraltro, che il Comune non ha ancora approvato il bilancio di previsione 2016 e, quindi, amministra non potendo spendere più di un dodicesimo dello stesso mese dell’anno precedente. Ma cosa aveva scritto Stefàno nell’ordinanza bocciata qualche giorno fa dal Tar? Il sindaco di Taranto era passato alla linea dura. E lo aveva fatto un mese dopo la lettera inviata al prefetto e ad altri enti di controllo dal dirigente del settore Ambiente, Alessandro De Roma, in cui venivano evidenziati i rischi per la salute derivanti, in particolar modo, dal percolato. In realtà, il sindaco di Taranto aveva scelto la linea dura anche in seguito al sopralluogo effettuato dall’Arpa il 24 settembre scorso da cui sarebbero emerse delle novità «tali da determinare uno stato di emergenza sanitaria e di igiene pubblica » .Tornando all’ordinanza, in sintesi, il capo dell’Amministrazione comunale aveva ordinato (non a caso si chiama ordinanza) alla società Vergine di «avviare i lavori di rimozione e smaltimento del percolato, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, entro dieci giorni dalla notifica della stessa ordinanza e con la supervisione tecnica da parte di Arpa Puglia, da concludersi nei successivi trenta giorni».


Vergine, il Tar dà ragione ai proprietari

di Lucia J.IAIA, Q Provincia Taranto, 15 Gennaio 2016

«La bonifica deve essere fatta a carico del gestore»: respinta la richiesta del sindaco di Taranto

Il Comune di Taranto non può imporre ai proprietari dei terreni su cui insiste la discarica Vergine, la bonifica delle aree. È questo il principio affermato dal Tar di Lecce che, con ordinanza pubblicata ieri mattina, ha accolto il ricorso cautelare proposto dall’avvocato Luigi Quinto nell’interesse di Vergine Giuseppe, Vergine Giovanna, Vergine Anna Maria e Vergine Dino, proprietari del sito.
I quali si erano opposti al provvedimento con cui il sindaco di Taranto Stefàno aveva imposto loro alcuni interventi di bonifica. Soprattutto, quelli relativi, tra le altre coese, alla rimozione immediata del percolato. Il tribunale amministrativo ha invece precisato come manchi un accertamento di una qualche responsabilità dei proprietari nella causazione del danno. In altre parole, è chiaro che la responsabilità costituisca il presupposto indefettibile per imporre un obbligo di bonifica in virtù del principio di derivazione comunitaria del “chi inquina paga”.
Questo aspetto manca nel caso in questione. Dunque, nessun obbligo per i proprietari dei terreni della discarica Vergine. Differente appare invece la posizione del gestore dell’impianto. Nei suoi confronti infatti, l’ordine di bonifica resta valido ed efficace. Per questa ragione, la società Vergine srl, che al di là dell’omonimia non ha nulla a che vedere con i proprietari dell’area e che fa capo ad un imprenditore di Firenze, dovrà invece provvedere a quanto dovuto. «Il problema è che, da quanto
È dato sapere – dice l’avvocato Luigi Quinto - la società concessionaria non dispone di risorse finanziarie adeguate ad adempiere all’ordine di bonifica per il cui completamento sono necessari circa 20 milioni di euro. Problema aggravato dalla Provincia di Taranto che, nel 2014, ha disposto la restituzione delle garanzie finanziarie prestate dal gestore. Garanzie mai ricostituite. Non sembra quindi esserci alternativa se non quella di ricercare un altro imprenditore che possa subentrare nella gestione e sobbarcarsi l’onere di bonifica. In ogni caso, non bisognerà ripetere l’errore di consentire l’esercizio dell’impianto in assenza delle fideiussioni». Intanto, come è noto, il Comune di Lizzano ha messo a disposizione circa 200mila euro proprio per le operazione di bonifica. Una goccia nell’oceano dei 20milioni necessari ma, quanto meno, un inizio. «Abbiamo affermato – ha già precisato Macripò - che per la bonifica della discarica Vergine, il Comune di Lizzano è pronto a fare la sua parte e, così è stato. Il 18, con la delibera n. 242 che ha per oggetto “Discarica di rifiuti località Mennole e Palombara gestita dalla società Vergine Srl – determinazioni ed indirizzi” abbiamo fissato i termini della vicenda ed è proprio questa delibera che abbiamo consegnato all’assessore Santorsola e, per esso, al Presidente Emiliano». Naturalmente, il Comune da solo non può intervenire in maniera incisiva. «Ed è per questo motivo che vogliamo e dobbiamo coinvolgere la Regione Puglia – ha precisato il sindaco - ogni ente deve fare la sua parte».

AttivaLizzano: «Fuoriuscita di materiale, attendiamo il Tar»

del Q Provincia Taranto, 12 Gennaio 2016

«Mercoledì 13 gennaio attendiamo l’esito di una sentenza del Tribunale amministrativo regionale di Lecce che si pronuncerà in merito ad una ordinanza del sindaco di Taranto il quale, nel tentativo di ridurre le pericolosissime conseguenze del percolato fuoriuscito dalla discarica Palombara, aveva intimato alla società Vergine ed ai proprietari del terreno di farsi carico della rimozione del percolato». Così evidenzia il comitato “AttivaLizzano”: «A questa ordinanza, dopo aver fatto opposizione e ottenuto la sospensione del provvedimento, sarà il TAR a decidere se spetti o no ai proprietari del terreno evitare questo ulteriore aggravamento del disastro ambientale del quale siamo vittime. Purtroppo, i precedenti pronunciamenti del Tar Lecce sono stati sempre favorevoli al gestore della discarica e, grazie a qualche cavillo, si riusciva a calpestare il diritto alla salute dei lizzanesi. Ricordiamo che la discarica per rifiuti speciali, Palombara, gestita dalla società Vergine srl, era stata posta sotto sequestro dalla magistratura il 10 febbraio del 2014 per gravi inadempienze nel trattamento dei rifiuti. Questo dopo anni di lotta dei cittadini lizzanesi costretti a respirare i miasmi provenienti dalla discarica posta a soli 2 Km dall’abitato. Dal giorno del sequestro la discarica è stata abbandonata, malgrado fosse stato nominato un custode che avrebbe dovuto provvedere agli interventi di manutenzione indispensabili per la salute pubblica. I miasmi continuano ad appestare la nostra aria; inoltre, a causa delle piogge, si è verificata una pericolosissima fuoriuscita di percolato che potrebbe già aver inquinato la falda. In questo stato di cose, nell’aprile 2014, incredibilmente la Provincia di Taranto ha restituito ai gestori della discarica le fideiussioni (obbligatorie per legge ai fini della concessione dell’Aia) che avrebbero garantito la bonifica della discarica e, quindi, la tutela della salute pubblica. Incassate le garanzie assicurative, corrispondenti a svariati milioni di euro, la società che gestiva la discarica si è dissolta».

12 gennaio 2016

IL TAR LECCE DECIDE SUL DIRITTO ALLA SALUTE DEI LIZZANESI


Comunicato stampa del 11 Gennaio 2016


Mercoledì, 13 gennaio, attendiamo l’esito di una sentenza del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) di Lecce che si pronuncerà in merito ad una ordinanza del sindaco di Taranto il quale, nel tentativo di ridurre le pericolosissime conseguenze del percolato fuoriuscito dalla discarica Palombara, aveva intimato alla società Vergine ed ai proprietari del terreno di farsi carico della rimozione del percolato.
A questa ordinanza, dopo aver fatto opposizione e ottenuto la sospensione del provvedimento, sarà il TAR a decidere se spetti o no ai proprietari del terreno evitare questo ulteriore aggravamento del disastro ambientale del quale siamo vittime! Purtroppo, i precedenti pronunciamenti del TAR Lecce sono stati SEMPRE favorevoli al gestore della discarica e, grazie a qualche cavillo, si riusciva a calpestare il diritto alla salute dei lizzanesi!
Ricordiamo che la discarica per rifiuti speciali, Palombara, gestita dalla società Vergine srl, era stata posta sotto sequestro dalla magistratura il 10 febbraio del 2014 per gravi inadempienze nel trattamento dei rifiuti. Questo dopo anni di lotta dei cittadini lizzanesi costretti a respirare i miasmi provenienti dalla discarica posta a soli 2 Km dall’abitato.
Dal giorno del sequestro la discarica è stata abbandonata, malgrado fosse stato nominato un custode che avrebbe dovuto provvedere agli interventi di manutenzione indispensabili per la salute pubblica!
I miasmi continuano ad appestare la nostra aria; inoltre, a causa delle piogge, si è verificata una pericolosissima fuoriuscita di percolato che potrebbe già aver inquinato la falda.
In questo stato di cose, nell’aprile 2014, incredibilmente la Provincia di Taranto ha restituito ai gestori della discarica le fideiussioni (obbligatorie per legge ai fini della concessione dell’AIA) che avrebbero garantito la bonifica della discarica e, quindi, la tutela della salute pubblica. Incassate le garanzie assicurative, corrispondenti a svariati milioni di euro, la società che gestiva la discarica si è dissolta!
Tutti sapevano che il terreno aveva bisogno di essere bonificato, quindi: PERCHE’ RESTITUIRE LE FIDEJUSSIONI CHE AVREBBERO GARANTITO LA BONIFICA DI UNA DISCARICA SEQUESTRATA? GLI AUTORI DI QUESTA ASSURDITA’ HANNO RISPOSTO PER IL GRAVISSIMO DANNO PROCURATO ALLA COLLETTIVITA’?
Ora ci vogliono propinare che l’unica soluzione per tutelarci è RIAPRIRE LA DISCARICA!
Com’è possibile pensare di far credere di tutelare la salute pubblica alimentando una bomba ecologica? Dove finisce la logica, inizia la disonestà (intellettuale)…
Allibiti di fronte ai paradossi delle proposte politiche, ribadiamo con forza che l’unica soluzione è bonificare e chiudere per sempre la discarica. A tal fine, facciamo appello alla coscienza civica di tutte le istituzioni coinvolte in questa decisione: la salute di tutti, la vita dei nostri figli e il futuro del nostro territorio è nelle nostre mani!

ATTIVALIZZANO




4 gennaio 2016

Discarica Vergine, l’affare da riaprire

di Gaetano De Monte, Corriere di Taranto, 4 Gennaio 2016


Se volete la rimozione del percolato e la messa in sicurezza dell’impianto, l’unica soluzione è che la discarica dovrà riaprire. Sarebbe questa la linea politica scelta da una parte delle istituzioni locali tarantine per la risoluzione delle problematiche connesse alle discariche per rifiuti speciali non pericolosi gestite dalla società Vergine Srl, una delle quali sequestrata due anni fa dai carabinieri del Noe di Lecce, e tutte due in estremo abbandono.
In particolare, l‘ente Provincia di Taranto si era fatto portavoce, lo scorso 17 dicembre, di una proposta di deliberazione (poi ritirata per le proteste in aula dell’associazione Attiva Lizzano) che parlava in tal senso. Nel provvedimento firmato dal dirigente del settore (ecologia e ambiente) l’ingegner Martino DiLonardo, dopo aver ammesso che “per le discariche Palombara e Mennole questo ente non dispone di alcuna garanzia finanziaria, sebbene quest’ultima sia condizione necessaria per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di una discarica”; c’è un passaggio, contenuto nel corpo della deliberazione, in cui è lo stesso ente a dare notizia di un cambio di proprietà dell’impianto: “con nota del 01/06/2015 il signor Paolo Ciervo, in qualità di liquidatore / titolare della Società Vergine srl comunicava la variazione della titolarità della gestione dell’impianto (già autorizzato con Aia di cui alla determina n.384 del 2008) a favore della subentrante Lutum Srl di Massafra”. Un “normale” atto di compravendita di una discarica sequestrata, si dirà. Una semplice scrittura privata, con cui lo scorso 20 marzo la società massafrese (cosiddetta cessionario) ha acquisito “la disponibilità dell’area su cui insiste l’impianto”. Non soltanto. “Poiché l’autorizzazione oggetto di trasferimento è stata revocata con determina n.440 del 01/04/2015, il cessionario è disponibile a produrre in favore della provincia di Taranto le predette garanzie finanziarie per la prosecuzione dell’attività di discarica, così si legge nel carteggio intervenuto tra l’azienda Lutum srl, “società controllata” dalla C.i.s.a dell’imprenditore Antonio Albanese – come risulta dai dati resi disponibili dalla Camera di Commercio di Taranto – e il dirigente del settore ecologia della Provincia Martino DiLonardo”.
In sostanza, dalle “carte” traspare che da ambedue le parti si conviene di annullare il provvedimento con cui è stata disposta nello scorso aprile la revoca dell’Aia, autorizzazione ora oggetto di volturazione, cioè di passaggio di titolarità dell’impresa. Se ne ha conferma, di tale volontà, leggendo all’ultima pagina della proposta di deliberazione, laddove si dichiara espressamente che “la revoca della determinazione n.440 del 2015 è finalizzata all’accoglimento dell’istanza di volturazione della gestione delle discariche a favore della società Lutum srl, subordinatamente al rispetto, da parte della società subentrante, degli obblighi e prescrizioni di cui alle vigenti normative in materia ambientale, nonché di quelli contenuti nell’originaria autorizzazione”. L’ente locale ha motivato il provvedimento in questione con la necessità di “non poter far fronte all’attuale stato di abbandono in cui le stesse discariche versano e alle connesse ripercussioni che già vivono le popolazioni circostanti”.
Dunque, a quasi due anni di distanza da quel 10 febbraio 2014, quando i carabinieri del Noe di Lecce guidati dal maggiore Nicola Candido sequestrarono l’intero impianto di contrada Palombara, dando esecuzione, così, al decreto richiesto da pm Lanfranco Marazia ed emesso dal gip del Tribunale di Taranto, Valeria Ingenito perché “il grido di allarme da parte di un’intera comunità cittadina, divenuto sempre più pressante, rendono di per sé necessario ed urgente un intervento che impedisca il protrarsi degli effetti di un illecito che appare ben lontano da ritenersi superato, o anche solo attenuato per effetto delle dotazioni infrastrutturali recentemente installate”, la Provincia di Taranto, pochi giorni fa, dichiarando prioritaria e di interesse pubblico la soluzione del problema ambientale connesso alle discariche su citate, adducendo la sussistenza di sopravvenuti motivi di pubblico interesse, ha provato a far riaprire l’impianto, revocando il provvedimento di ritiro dell’autorizzazione integrata ambientale alla Vergine Srl, già predisposto dallo stesso settore, lo scorso primo aprile. Ma la storia non finisce qui. Già, perché ad esempio il dirigente firmatario della proposta, l’ingegner Dilonardo, è finito soltanto qualche mese fa nella bufera mediatica sempre per questioni di monnezza. E ora potrebbe finirci nuovamente, nel ciclone, perlomeno quello mediatico. In virtù del fatto che il figlio dell’ingegner Dilonardo – come anticipato a suo tempo dal Nuovo Quotidiano di Puglia – risulta essere socio in una società immobiliare con l’imprenditore Antonio Albanese, alla cui holding la stessa Lutum srl appartiene. Amministratore unico della Lutum è Nicola Lacalaprice, già dirigente della Cogeam, un consorzio di imprese di cui la stessa Cisa fa parte – insieme a Lombardi Ecologia e al gruppo Marcegaglia – per gestire la discarica di Conversano. Sia chiaro: soltanto motivi di opportunità politica potrebbero consigliare il dirigente ad astenersi ogni qualvolta sia in ballo un provvedimento che riguardi le società di Antonio Albanese. O meglio, forse il presidente della Provincia di Taranto e Sindaco di Massafra, Martino Tamburrano, non avrebbe dovuto nominarlo responsabile del settore ecologia. Ma c’è di più: la Lutum Srl sembra essere una scatola vuota (come la Vergine Srl, del resto) non ha dipendenti e risulta inattiva dal 2012. Risalgono a quell’anno gli ultimi bilanci disponibili, tendenzialmente in perdita. Una società che ha un capitale sociale di appena quindicimila euro, come potrebbe presentare le garanzie finanziarie a favore della Provincia per la prosecuzione delle attività delle discariche “Palombara” e “Mennole”, per le procedure di chiusura, post – chiusura, “nonchè di ogni prescrizione rilevabile dall’autorizzazione”; questo resta un mistero. È chiaro, invece, il giro d’affari che la riapertura de La Vergine in contrada Palombara muoverebbe. Secondo quanto dichiarato dal consigliere comunale di Lizzano (il comune più esposto ai miasmi e ai veleni delle discariche) Valerio Morelli, una torta che si aggirerebbe intorno ai centocinquantamilioni di euro. Perché l’impianto sarebbe ancora in grado di ospitare oltre un milione e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. A conti fatti – prendendo in esame i dati dei rifiuti speciali non pericolosi smaltiti presso la discarica sita in contrada Palombara, nel solo 2012 – ultimo anno integrale di esercizio, se ne può avere un’idea. Centosessantadue milioni di tonnellate annue è il ritmo di conferimento, stando ai numeri riportati all’interno del modello unico dichiarazione ambientale – Mud – reso disponibile dalla Camera di Commercio. Per dare un’idea: ventitremila tonnellate soltanto di ceneri pesanti, scorie da acciaieria e polveri. Moltiplicate per circa cento euro a tonnellata, cioè il costo dei rifiuto, e avrete il prezzo, di quello che appare un massacro “necessario”. Perché intanto – come racconta l’esito di un sopralluogo nell’area da parte dei Carabinieri del Noe – in data 08/04/2015 “è stato rilevato all’interno del bacino della discarica una massiccia presenza di liquido verosimilmente riconducibile a percolato, in una misura pari a circa 5000 tonnellate”. Non solo. L’ultimo sopralluogo presso la discarica Palombara veniva effettuato, previa autorizzazione della Procura di Repubblica, l’11 novembre del 2015, e vedeva la partecipazione del Presidente della Provincia, del dirigente e dei funzionari del Settore Ecologia, di due rappresentanti della Polizia Provinciale, del Noe di Lecce, del rappresentante del Comune di Taranto (non è dato sapere chi fosse) del Sindaco del Comune di Lizzano, insieme al Vice – Sindaco dello stesso Comune e a due consiglieri di minoranza (non si sa a quale titolo) e del Sindaco del Comune di Fragagnano. Forse è stato durante “questa ricognizione dei luoghi” che è maturata, in una parte delle istituzioni locali, l’idea di far riaprire la discarica. Perché di questo si tratta. L’Arpa Puglia, invece, a quel sopralluogo non ha partecipato. Comunicando di aver svolto svariati interventi presso l’impianto, rilevando a partire dal febbraio 2013 (cioè un anno prima del sequestro) situazioni di criticità nella gestione della discarica “che ha già informato di tanto le Amministrazioni interessate, essendo già accertata la situazione di non idonea gestione del sito da parte della Vergine srl e quella di abbandono in cui il sito versa attualmente”. È indifferibile – conclude l’Arpa – l’adozione dei provvedimenti previsti dalla vigente normativa per la tutela della salute della popolazione. E proprio dello stato di salute dei cittadini che vivono a ridosso delle discariche in questione, “il partito dei rifiuti” che governa il territorio provinciale, ne è a conoscenza?








12 luglio 2015

Fortemente inquinata la foce dell'Ostone a Marina di Lizzano


di Goletta Verde, 11 Luglio 2015 
Goletta Verde monitora il mare di Puglia. In provincia di Taranto fortemente inquinata la foce dell'Ostone a Marina di Lizzano

Goletta Verde presenta i risultati del monitoraggio in Puglia: Cariche batteriche elevate per 9 campionamenti su 30. Criticità alle foci di fiumi, torrenti e scarichi
Legambiente: "Dai monitoraggi di Goletta Verde risulta migliore la qualità delle acque in Puglia. Rimangono però le criticità su tutti i tratti di mare interessati dalle foci di fiumi e canali. Chiediamo al neo governatore Emiliano di istituire una cabina di regia fra assessorati competenti per puntare al massimo utilizzo in agricoltura dell'acqua depurata e affinata"
 Nove campionamenti sui trenta eseguiti lungo le coste pugliesi, in corrispondenza delle foci di fiumi, canali e torrenti, presentano ancora livelli di inquinanti molto elevati e per otto di questi il giudizio è di "fortemente inquinato" per l'elevato inquinamento microbiologico riscontrato. Legambiente chiede ai sindaci di fare fronte comune per chiudere il ciclo della depurazione con la realizzazione dei recapiti finali e al neogovernatore Emiliano di istituire una cabina di regia fra assessorati competenti per puntare al massimo utilizzo in agricoltura dell'acqua depurata e affinata.
È questo in sintesi l'esito del monitoraggio effettuato in Puglia da Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio ed all'informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane - realizzata anche grazie al contributo del COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati - presentato  a Bari da Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia e da Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, alla presenza di Giovanni Giannini, assessore Infrastrutture e Lavori Pubblici della Regione Puglia e Nicola Ungaro, della direzione scientifica Arpa Puglia.
I prelievi e le analisi di Goletta Verde sono stati eseguiti dal laboratorio mobile di Legambiente nei giorni 24, 25 e 26 giugno. I parametri indagati sono microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli) e abbiamo considerato come "inquinati" i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e "fortemente inquinati" quelli che superano di più del doppio tali valori.
"L'obiettivo del monitoraggio di Goletta Verde è quello di individuare i punti critici di una regione e le pressioni inquinanti che ancora gravano sulla costa, analizzando il carico batterico che arriva in mare prevalentemente dalle foci di fiumi, canali o scarichi non depurati - spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - Il nostro, è bene ribadirlo, è un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né assegniamo patenti di balneabilità, ma restituiamo comunque un'istantanea utile per individuare i problemi e ragionare sulle soluzioni. In Puglia, pur registrando un miglioramento della situazione rispetto agli anni passati, riscontriamo ancora criticità, nuove o già note, che vanno subito risolte. Al centro della nostra analisi ci sono gli scarichi non depurati che arrivano in mare, problema su cui occorre dare un segnale di forte responsabilità e concretezza negli interventi. Occorre ragionare in una scala più ampia dei semplici confini comunali o territoriali e valutare caso per caso la soluzione migliore da adottare senza pregiudizi".
Una situazione peculiare quale quella pugliese richiede un'attenta valutazione di tutte le tecnologie disponibili e non consente di utilizzare dovunque lo stesso approccio.
"Dai monitoraggi della Goletta Verde - afferma Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia - risulta migliore la qualità delle acque in Puglia anche se permangono le criticità su tutti i tratti di mare interessati dalle foci di fiumi e canali. Migliora la situazione anche sul fronte della depurazione: diminuiscono sia gli impianti che scaricano nel sottosuolo che quelli su cui Arpa ha riscontrato superamenti dei limiti tabellari. Sono state avviate le procedure per il potenziamento dei depuratori sebbene su molti si è ancora in attesa dell'avvio dei lavori. Continuano, però, purtroppo ad esserci scarichi anomali che inficiano il processo depurativo degli impianti. Rimangono le criticità per ciò che riguarda la realizzazione dei recapiti finali, in una regione come la nostra, caratterizzata da una scarsa presenza di corsi d'acqua dove spesso vengono a crearsi situazioni altamente conflittuali sia per l'altissimo valore paesaggistico delle aree costiere che per il grande indotto turistico balneare. A tal proposito invitiamo i sindaci ad abbandonare ogni campanilismo affinché si chiuda il ciclo della depurazione con la realizzazione dei recapiti finali. Chiediamo al neogovernatore Emiliano di istituire una cabina di regia fra assessorati competenti per puntare al massimo utilizzo in agricoltura dell'acqua depurata e affinata".

Focus regionale sulla depurazione
Sono 187 i depuratori a servizio degli agglomerati pugliesi. Su questi continuano ad insistere problemi di funzionamento e criticità che, in alcuni casi, rendono inefficace la depurazione dei reflui. La scarsa disponibilità idrica superficiale naturale condiziona fortemente la tipologia dei recapiti finali nella nostra regione. Questo comporta che solo il 4% dei recapiti finali dei depuratori è costituito da corpi idrici superficiali significativi, il 76% è costituito da lame e corsi d'acqua minori o dal suolo (attraverso trincee drenanti), il 16% recapita a mare. Gli scarichi nel sottosuolo, vietati dalla norma nazionale, costituiscono il 4% del totale. Attualmente sono scesi a 8 gli impianti che continuano a scaricare nel sottosuolo, con grave rischio di inquinamento delle falde acquifere (Casamassima Vecchio, Cassano delle Murge Vecchio, Carovigno Vecchio, Lesina Marina, Uggiano la Chiesa, Manduria Vecchio, San Giorgio Jonico e Martina Franca).
Dal monitoraggio effettuato dall'Arpa Puglia nel 2014 (ben 2.399 controlli) sulla conformità dei reflui in uscita sono stati riscontrati superamenti rispetto ai limiti tabellari per almeno per un parametro monitorato in 33 depuratori tra cui Bari Ovest, Bitonto, Corato, Molfetta, Andria, Barletta, Trani, Trinitapoli, Margherita di Savoia, San Ferdinando di Puglia, Bovino, Ascoli Satriano, Bovino, Cerignola, Foggia 1, Monte Sant'Angelo, San Severo, Serracapriola, Castrignano del Capo, Uggiano La Chiesa, Crispiano, Martina Franca, Monteiasi e San Giorgio Jonico. A fronte di queste criticità sono state avviati gli interventi di potenziamento e adeguamento su 47 depuratori: 2 sono in attesa di chiusura di procedura VIA, 38 non ancora cantierati e solo 7 realizzati.
Sono, invece, 36 gli impianti sottoposti all'attività dell'autorità giudiziaria: Bari Ovest, Bitonto, Molfetta, Corato, Andria, Trani, Gioia del Colle, Santeramo in Colle (Recapito finale), Lizzano (Recapito finale), Pulsano vecchio (dismesso a maggio 2015), Barletta, Bisceglie, Putignano, Ruvo-Terlizzi, Sammichele di Bari, Galatina-Soleto, Montesano Salentino, San Cesario, S.Pancrazio Salentino, Ostuni, Torre S. Susanna, Monte S.Angelo, Stornarella, Otranto, Lucera, San Nicandro Garganico, S. Paolo Civitate, Trinitapoli, Cerignola, Peschici, Stornarella, S. Marco in Lamis, Ortanova, S. Severo, Manfredonia, Foggia.
Tra i fattori che possono inficiare il processo depurativo degli impianti ci sono anche gli scarichi anomali (arrivi impropri di acque meteoriche, di vegetazione e di natura lattiero-casearia). L'Acquedotto pugliese rileva che le irregolarità nel refluo in ingresso riguardano il 47% dei campioni prelevati.
In Puglia sono presenti 5 impianti di affinamento, di cui tre regolarmente in esercizio, ovvero Corsano (volume riutilizzato 2014 in agricoltura: 137.975 mc), Gallipoli (volume riutilizzato 2014 in agricoltura: 445.739 mc), Ostuni (volume riutilizzato 2014 in agricoltura: 38.978 mc), e i restanti due, S.Pancrazio Salentino e Trinitapoli, in attesa dei lavori necessari da parte dei rispettivi Consorzi di bonifica per garantire la distribuzione irrigua.
Lo scorso anno, l'Unione Europea ha avviato una nuova procedura di infrazione ai danni dell'Italia per il mancato rispetto della direttiva comunitaria sul trattamento delle acque reflue urbane (procedura n. 2014/2059 del 31 marzo 2014). Dopo già due condanne a carico del nostro Paese, che hanno coinvolto anche agglomerati pugliesi (Casamassima, San Vito dei Normanni, Casarano, Porto Cesareo, Supersano, Taviano, Monteiasi, Francavilla Fontana e Trinitapoli), l'attuale procedura di infrazione ne interessa 37. Di questi sono 20 gli impianti di depurazione per i quali è in corso l'attività di progettazione (S. Severo, Ascoli Satriano, Castro, S. Ferdinando di Puglia, Poggiardo, Faeto 1, Faeto2, Maglie, Taviano, Specchia, Volturino, Montemesola, Carlantino, Casarano, Supersano, Castrignano del Capo, Castellaneta Marina, Mattinata, Zapponeta e Ginosa Marina).
Quadro di dettaglio dei monitoraggi effettuati lungo gli 810 chilometri di costa pugliesi:
Cinque i punti analizzati in provincia di Bari, tutti con valori nella norma: nella città capoluogo il campione è stato prelevato in località Santo Spirito, all'altezza del civico 2 del Lungomare Colombo; a Monopoli alla spiaggia a sud del Castello di Santo Stefano; a Polignano a Mare sia alla scogliera in corrispondenza dell'Isolotto San Pietro che alla spiaggia Lama Monachile e infine a Molfetta all'altezza del civico 36 del lungomare Marcantonio Colonna.
Dei quattro prelievi effettuati in provincia di Foggia, due hanno dato un giudizio di "fortemente inquinato: quello a Manfredonia, alla foce del torrente Candelaro, e a Lesina-Torre Mileto, alla foce del canale Schiapparo, in località Lago di Lesina. Nella norma, invece, l'altro punto campionato a Manfredonia, al canale sulla spiaggia di Lungomare Nazario Sauro e alla foce del canale SS89, in località San Menaio di Vico del Gargano.
Sette i campionamenti eseguiti nella provincia di Barletta-Andria-Trani due dei quali risultati "fortemente inquinati": quello alla foce del fiume Ofanto a Margherita di Savoia e alla foce del canale di ponente (Lungomare Mennea) di Barletta. Entro i limiti gli inquinanti rilevati nell'altro prelievo effettuato a Barletta (spiaggia libera sul litorale di Levante); sulla spiaggia in località Matinelle, a destra del molo, a Trani; sul lungomare Mauro dall'Olio in località Salsello di Bisceglie; alla spiaggia riserva Torre di Calderina, sempre a Bisceglie. Va inoltre sottolineato che i tecnici di Legambiente hanno eseguito anche un prelievo in corrispondenza dello scarico presso la villa comunale di Trani, da sempre punto critico, ma al momento del campionamento era chiuso e non sono state riscontrate anomalie.
Tre punti su quattro giudicati "fortemente inquinati nel brindisino: alla foce del canale Giancola e alla foce del torrente Reale (località Torre Guaceto) a Brindisi; e allo sbocco del depuratore su via dei Pioppi a Ostuni, in località Villanova-Mogale. Entro i limiti invece l'altro prelievo effettuato a Ostuni, sulla spiaggia del pilone, in località Torre San Leonardo.
In provincia di Taranto sono stati eseguiti cinque campionamenti ed è risultato "fortemente inquinato" soltanto il prelievo effettuato alla foce del fiume Ostone a Marina di Lizzano. Nella norma invece quelli eseguiti a Taranto, alla spiaggia in viale del Tramonto; alla spiaggia di Specchiarica a San Pietro in Bevagna; alla foce del fiume Lenne a Palagiano; alla spiaggia libera Borgo Pineto a Castellaneta Marina.
Infine, quattro i prelievi effettuati nel leccese con un giudizio di "inquinato" solo per il campionamento in corrispondenza del canale dei Samari a Gallipoli. Nei limiti di legge, invece, quelli alla scogliera Porto Gaio di Gallipoli; a Porto Cesareo, spiaggia Punta Prosciutto, e alla spiaggia di Felloniche a Castrignano del Capo.

I RISULTATI DELLE ANALISI DI GOLETTA VERDE DEL MARE IN PUGLIA*
*prelievi effettuati tra il 24, 25 e 26 giugno 2015
PROVINCIA COMUNE LOCALITÀ PUNTO GIUDIZIO

FOGGIA Vico del Gargano San Menaio Foce canale SS89 fronte chiesa San Francesco ENTRO I LIMITI
FOGGIA Lesina-Torre Mileto Lago di lesina Foce canale Schiapparo FORTEMENTE INQUINATO
FOGGIA Manfredonia Spiaggia Castello Lungomare Nazario Sauro (fronte canale sulla spiaggia) ENTRO I LIMITI
FOGGIA Manfredonia Foce torrente Candelaro FORTEMENTE INQUINATO
BAT Margherita di Savoia Riserva naturale di Salina Foce torrente Carmosina ENTRO I LIMITI
BAT Margherita di Savoia Foce fiume Ofanto FORTEMENTE INQUINATO
BAT Barletta Foce canale di ponente (via Luigi di Cuonzo-lungomare Pietro Mennea) FORTEMENTE INQUINATO
BAT Barletta Litoranea di Levante - spiaggia libera (altezza civico 68) ENTRO I LIMITI
BAT Trani Matinelle Spiaggia, a destra del molo ENTRO I LIMITI
BAT Bisceglie Salsello Lungomare Mauro Dall'Olio ENTRO I LIMITI
BAT Bisceglie Torre Calderina Spiaggia riserva "Torre Calderina" ENTRO I LIMITI
BRINDISI Brindisi Giancola Foce canale Giancola FORTEMENTE INQUINATO
BRINDISI Brindisi Torre Guaceto Foce torrente Reale FORTEMENTE INQUINATO
BRINDISI Ostuni Villanova-Mogale Sbocco depuratore su via dei Pioppi FORTEMENTE INQUINATO
BRINDISI Ostuni Torre San Leonardo- Lido Spiaggia Grande Spiaggia del Pilone ENTRO I LIMITI
BRINDISI Brindisi Saline punta della Contessa presso Salina punta della Contessa ENTRO I LIMITI
BARI Monopoli Castello di Santo Stefano Spiaggia a sud del Castello di Santo Stefano ENTRO I LIMITI
BARI Polignano a Mare Scogliera in corrispondenza dell'Isolotto San Pietro ENTRO I LIMITI
BARI Polignano a Mare Lama Monachile Spiaggia Lama Monachile ENTRO I LIMITI
BARI Bari Santo Spirito Lungomare C.Colombo, altezza civico 2 ENTRO I LIMITI
BARI Molfetta Lungomare Marcantonio Colonna, altezza civico 36 ENTRO I LIMITI
TARANTO Castellaneta Castellaneta Marina Spiaggia libera Borgo Pineto ENTRO I LIMITI
TARANTO Palagiano Foce del fiume Lenne Foce del fiume Lenne ENTRO I LIMITI
TARANTO Taranto Taranto Spiaggia viale del tramonto, altezza civico 5 ENTRO I LIMITI
TARANTO Lizzano Marina di Lizzano Foce del fiume Ostone FORTEMENTE INQUINATO
TARANTO San Pietro in Bevagna Specchiarica Spiaggia di Specchiarica ENTRO I LIMITI
LECCE Castrignano del Capo Felloniche Spiaggie di Felloniche ENTRO I LIMITI
LECCE Gallipoli Porto Gaio Scogliera Porto Gaio ENTRO I LIMITI
LECCE Gallipoli I Foggi Samari Sbocco canale dei Samari INQUINATO
LECCE Porto Cesareo Punta Prosciutto Spiaggia Punta Prosciutto ENTRO I LIMITI
Il Monitoraggio scientifico



Cento tartarughe pronte a nascere


di Angela Mariggiò, Q Provincia Taranto, 4 Luglio 2015 
Un nido di Caretta Caretta è stato trovato in un tratto della spiaggia della Marina di Lizzano


Mamma tartaruga questa volta ha scelto il luogo perfetto per fare il suo nido e con tutta probabilità tra circa sessanta giorni un piccolo esercito di esemplari di Caretta Caretta schiuderà le uova per raggiungere il mare e iniziare una nuova vita. Anche quest’anno il litorale tarantino si rivela il luogo ideale per la deposizione di uova di tartaruga; infatti nella notte tra il 1 ed il 2 luglio un esemplare di questa specie ha fatto il suo nido in un tratto di spiaggia della Marina di Lizzano, nei pressi della Conca del Sole. Il luogo perfetto, si diceva, perché la camera di deposizione si trova a circa venticinque metri dalla battigia di una spiaggia che anche per inclinazione e tipologia, rappresenta il luogo ideale per la creazione di un nido che non sia esposto a pericoli o intemperie. Un po’ come accadde per il nido trovato lo scorso anno a Campomarino, molto vicino alla spiaggia e danneggiato pesantemente dalle mareggiate di quel periodo. Il nido è stato individuato da una bagnante, la signora Anna Maria Saracino, che ha riconosciuto le inconfondibili tracce che dal mare arrivavano al punto in cui è stato trovato il nido e viceversa e la cosiddetta spianata, tutti indizi che lasciavano presagire l’evento. Subito è stata allertata la Capitaneria di porto di Taranto, che a sua volta ha contattato il Wwf Policoro, referente in un tratto di litorale che include la Basilicata e parte dell’arco jonico di Puglia e Calabria, del progetto nazionale “Tartarughe marine”, che vede coinvolti Ministero dell’Ambiente, Wwf Nazionale, Università “La Sapienza” di Roma, e la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bari, per ciò che riguarda il recupero di animali spiaggiati e il monitoraggio dei siti di nidificazione ai sensi del dpr 357/97. Sul posto sono arrivati il signor Antonio Colucci, responsabile gruppo di lavoro del progetto “Tartarughe marine”, la dottoressa Erika Ottone, veterinario responsabile delle attività sanitarie del progetto e la Capitaneria di Porto. Dopo aver verificato l’effettiva presenza del nido, acquisendo le coordinate Gps e portando a termine le operazioni di triangolazione, si è proceduto anche con l’ausilio di operai comunali, con il supporto della protezione Civile di Lizzano, del sindaco Dario Macripò e dei vice Giovanni Bottazzo, nonché della Polizia Municipale, con la messa in sicurezza, installando una recinzione di quattro metri per quattro e relativa copertura. «Molto probabilmente le uova deposte saranno un centinaio – ci ha detto il signor Antonio Colucci – ma solo dopo la schiusa potremo avere certezza della effettiva quantità e verificare il numero di quelle che effettivamente sono arrivate alla schiusa. Noi terremo il nido sotto monitoraggio ovviamente, anche se soprattutto nel mese di agosto dovremo intensificare i controlli, anche grazie alla collaborazione del Comune di Lizzano, della protezione Civile, della Polizia Municipale, della Capitaneria di Porto e del Wwf Taranto».

Adesso iniziano i circa sessanta giorni di attesa, tanto dovrebbe durare il periodo di incubazione, anche se non si esclude che già dalla seconda metà di agosto, qualcosa potrebbe muoversi; molto dipende dalle condizioni del tempo e dalle temperature. Poi, quando sarà il momento, bisognerà predisporre il tutto per agevolare la schiusa e favorire il percorso che le piccole tartarughine dovranno affrontare per arrivare fino al mare e prendere finalmente il largo. Con la possibilità, nemmeno tanto remota, che lo stesso esemplare che ha fatto il nido a Marina di Lizzano, possa nell’arco di poco più di dieci giorni e nel raggio massimo di trenta chilometri, deporre altre uova, secondo quanto riportato dalla letteratura specifica in materia. Diventa adesso fondamentale monitorare in maniera attenta la zona, nella speranza di ricevere la collaborazione di bagnanti attenti come la signora Saracino, che ha permesso l’intervento tempestivo per la messa in sicurezza del nido. A tal proposito ricordiamo che il Wwf Taranto porta avanti un progetto di monitoraggio delle coste sul territorio di Maruggio in collaborazione con l’amministrazione comunale e il circolo locale di Legambiente.