di Francesco Casula, La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 Gennaio 2016
Procura Taranto e Dda Lecce accusano: i gestori risparmiavano sul trattamento
dei fanghi, ecco perché i cattivi odori nell’aria
Ammonta a oltre 6 milioni di euro il sequestro per equivalente eseguito
ieri dai Carabinieri del Noe di Lecce nei confronti degli amministratori e delle
società che hanno gestito la discarica Vergine, già fermata il 10 febbraio 2014
per le emissioni dannose che per anni hanno ammorbato i cittadini di Lizzano. I
Carabinieri hanno messo sotto chiave le azioni, i conti correnti, i beni mobili
e immobili della società «Vergine spa» e della «Vergine srl», quest’ultima subentrata
nella gestione alla prima a gennaio 2014. Nel registro degli indagati sono finiti
anche i due rappresentanti legali delle società, Paolo Ciervo e Mario Petrelli
(quest’ultimo vice presidente del Taranto calcio nella precedente gestione), e
il responsabile tecnico dell’impianto, Pasquale Moretti. L’accusa è di traffico
illecito di i rifiuti, violazione alle norme ambientali e getto pericoloso di
cose. Secondo i pubblici ministeri Lanfranco Marazia, della Procura di Taranto,
e Alessio Coccioli, della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, gli
indagati non avrebbero «inertizzato» i fanghi prima dello stoccaggio in
discarica. I gestori, cioè, avevano l’obbligo di sottoporre i rifiuti a un
trattamento per evitare che la diffusione dei cattivi odori, ma come spiega nel
suo decreto il gip Simona Panzera «le società di gestione non hanno eseguito
alcuna operazione di pretrattamento previste dagli atti autorizzatori». Nelle
26 pagine che compongono il documento, il giudice Panzera rileva che gli
indagati «si limitavano a stoccare in discarica i rifiuti senza alcun
trattamento, così ottenendo un consequenziale enorme risparmio nei costi di
esercizio dell’attività e quindi, verosimilmente, riuscendo ad applicare dei
prezzi che consentivano un cospicuo risparmio ai produttori». I consulenti del pm
hanno calcolato che evitando le spese di inertizzazione dei fanghi, le società
avrebbero incassato illegittimamente tra il 2010 e il 2014 ben 6 milioni e
200mila euro. Denaro che se fosse stato speso per trattare i rifiuti non avrebbe
costretto, secondo l’accusa, gli abitanti di Lizzano a vivere barricati in casa
per evitare che le emissioni della discarica continuassero a causare bruciore agli
occhi, gola secca e persino nausea e vomito. Furono le denunce dei cittadini e
delle associazioni ambientaliste come «Attiva Lizzano» che accesero i
riflettori sulla discarica «Vergine» portando al sequestro dell’impianto del
2014. In quel provvedimento emerge che in determinanti momenti della giornata
le concentrazioni di idrogeno solforato sono state nettamente superiori alla
soglia prevista. Un punto che ha consentito agli investigatori di sostenere che
il cattivo odore che appestava il Comune di Lizzano era una conseguenza della
dispersione di sostanze che si sprigionavano durante le operazioni di «abbancamento
dei rifiuti ed anche allo spegnimento di alcune torce presenti nell’impianto
per la combustione dei biogas». Ma dall’ultimo provvedimento notificato ieri emerge
inoltre che fino al 27 maggio 2013 la «Vergine spa» non ha avuto un modello «di
organizzazione, controllo e gestione» e che dopo la sua adozione e la
composizione di un organismo di vigilanza, quest’ultimo non abbia comunque «di
fatto mai operato». Il gip Panzera chiarisce infatti che «le riunioni mensili
inizialmente programmate sono state sospese sin dal settembre 2013, dopo due sole
riunioni preliminari: dato quest’ultimo che consente tranquillamente di ritenere
che l’organismo non sia mai stato posto nelle condizioni di operare nella
pienezza dei suoi compiti». Emblematico, infine, è che a pochi mesi dalla costituzione
l’organo di vigilanza venga addirittura revocato «ad inequivoca testimonianza -
sostiene ancora il giudice nel decreto di sequestro - di come i vertici
aziendali abbiano di fatto “ripudiato” il modello organizzativo a poche settimane
dalla sua approvazione ed estromesso (o comunque depotenziato) sin da subito le
uniche figure deputate ad operare in via indipendente il controllo interno sulla
gestione dell’ente volto a prevenire la commissione di reati».
Era previsto
l’impianto di inertizzazione ma in realtà non è stato mai costruito
Su questo presupposto
fondamentale era stata rilasciata anche l’Autorizzazione ambientale
L’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla Regione Puglia alla
discarica «Vergine» parlava chiaro: i rifiuti dovevano essere trattati e inertizzati
prima di essere stoccati. In più la stessa «Vergine» indicava la cosiddetta
«Linea 1»

come «componente essenziale dell’impianto in parola, finalizzata a
stabilizzare e solidificare tutti i fanghi in ingresso rendendoli idonei allo
stoccaggio finale in discarica». Dalle indagini svolte dai pubblici ministeri
Lanfranco Marazia e Alessio Coccioli, emerge però che di quell’impianto non c’è
traccia. Il gip, Simona Panzera, lo spiega chiaramente nel provvedimento di
sequestro affermando che tra le «carenze» dell’impianto «spicca certamente la
mancata realizzazione di quello che nel progetto esecutivo» era espressamente
«contemplato quale componente essenziale

dell’intero complesso aziendale» e
cioè «la cosiddetta Linea 1, cioè l’impianto di trattamento preventivo dei
rifiuti e stabilizzazione». Dai sopralluoghi effettuati dai carabinieri del Noe
e dai consulenti del pm, Mauro Sanna e Maurizio Onofrio, «di tale impianto di
preventivo trattamento non è stata rinvenuta alcuna evidenza». Insomma,
l’impianto che secondo la Regione Puglia era fondamentale per concedere l’Aia
«non è stato mai realizzato». Nel provvedimento di sequestro si legge infatti
che «la ricomprensione in Aia della linea 1 non può in alcun modo essere posta
in discussione da un punto di vista logico prima ancora che normativo. Appare
indubitabile, infatti, che l’atto autorizzativo sia stato rilasciato proprio
sul presupposto del preventivo trattamento “domestico” dei rifiuti fermentescibili
in ingresso all’impianto in località Palombara». Ancora il giudice Panzera
sostiene che, a conferma di questo punto, «non è stata imposta al gestore
alcuna prescrizione in ordine ai parametri e alla provenienza dei materiali da
stoccare in discarica, prescrizioni che si sarebbero rese, invece, necessarie
se l’ente gestore non avesse assunto l’impegno (poi disatteso) di provvedere in
loco al preventivo trattamento di stabilizzazione». Il magistrato ha anche
sottolineato che «proprio sulla base di questo vincolo progettuale al
pre-trattamento assunto» dalla «Vergine» in fase di richiesta dell’Aia, è stata
istruita l’intera pratica autorizzativa «ed è ovvio, pertanto, che l’esercizio
della discrezionalità amministrativa si è fondata su un presupposto (quello del
trattamento incondizionato di tutti i fanghi in ingresso, prescindendo dalle
loro caratteristiche) che non può non avere assunto una rilevanza decisiva ai
fini del rilascio di quelle autorizzazioni». Insomma senza l’impegno alla
costruzione dell’impianto per il trattamento dei fanghi, la società non avrebbe
ottenuto l’Aia. Perché con la «stabilizzazione si elimina, o comunque si riduce
al minimo, l’impatto sull’ambiente delle smaltimento dei fanghi». A Lizzano,
invece, le esalazioni maleodoranti da cui è partita l’inchiesta giudiziaria
dimostrano «oltre ogni dubbio come il non adeguato trattamento dei fanghi in
ingresso abbia generato quell’impatto pregiudizievole sull’ambiente» che «il
gestore si era impegnato ad evitare sul presupposto, poi disatteso, che tutti i
fanghi sarebbero stati conferiti in discarica solo previa inertizzazione». Un
punto non di poco conto che lascia spazio a una serie di domande: chi avrebbe dovuto
vigilare? Chi avrebbe dovuto controllare che la «Vergine» rispettasse gli
impegni presi?
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